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Senatore Antonio Cefaly

 

  
Foto del  Sen. A.Cefaly

Busto del Sen. A.Cefaly(coll.priv.)

Funerali del  Sen. A.Cefaly a RomaA.Cefaly  e  Giolitti

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ANTONIO CEFALY E IL DIBATTITO PARLAMENTARE DEL 1885 SULLA CRISI AGRARIA

 

 

(A cura del Prof.  Carlo Alberto NOTARIS)

Il cortalese Antonio Cefaly venne eletto alla Camera dei deputati nel 1882. Proveniva da quei gruppi di piccola e media proprietà terriera del mezzogiorno che avevano aderito al moto unitario, da quel ceto di “galantuomini” che aveva fornito alla sinistra storica tanta parte del suo personale politico. Giovanissimo, si era già distinto nella vita politica locale come sindaco del proprio Comune di cui risanò le finanze e nel consiglio provinciale dove lottò a fondo per la moralizzazione della condotta amministrativa. Il suo primo mandato parlamentare coincise con il manifestarsi nel nostro Paese di una grave crisi agraria che causò un’accesa controversia tra i ceti agrari e le forze industriali, ponendo delicati problemi di equilibrio nei rapporti di forza all’interno delle classi dirigenti. La crisi venne originata, com’è noto, dalla messa a coltura di immense distese di terre vergini oltreoceano, dallo sviluppo delle ferrovie e dalla riduzione dei noli marittimi che permisero l’arrivo nella nostra penisola dei cereali americani e russi a prezzi insostenibili per la produzione locale. I suoi effetti furono disastrosi: il prezzo del grano e di altri cereali crollò causando una forte diminuzione della produzione granaria ed il trasferimento di capitali dall’agricoltura agli investimenti industriali, determinando un grande disagio tra le categorie agricole. Alla Camera la gravità crescente della crisi aveva spinto i rappresentanti degli interessi agrari ad un raggruppamento di forze, che oggi definiremmo “trasversali”, appartenenti cioè tanto alla maggioranza quanto all’opposizione, che poteva divenir pericoloso per il governo. Infatti, 128 deputati, compreso il Cefaly, prefigurando il nucleo di un vero e proprio “partito agrario”, auspicato anche dal cortalese (“Si formi dunque questo gruppo di deputati che senza guardare  a partiti né a regioni, abbia coi riguardi dovuti alla solidità del bilancio, a suo scopo il risorgimento massimo della patria agricoltura!”), avevano firmato una interpellanza presentata dall’on. Lucca, di Vercelli: “La Camera, preoccupata delle condizioni in cui trovansi la produzione e le classi agricole; compresa della necessità di alleviarne le sofferenze e prevenirne i maggiori danni che possono derivarne alla produzione economica nazionale, invita il governo a presentare all’uopo pronti ed efficaci provvedimenti.” La discussione che ne seguì fu lunga e vivace , vi parteciparono 70 deputati (tra cui il Sonnino, mentre Jacini presenterà al Senato una propria interpellanza) e durò dall’8 febbraio al 21 Marzo 1885. Dal dibattito non scaturì una precisa linea di politica agraria, a causa della diversità degli interessi su scala regionale e per settore presenti tra i firmatari; prevalsero richieste di alleggerimenti fiscali  e rimasero, temporaneamente, senza seguito le richieste di protezione doganale. Alla fine Depretis promise alcuni generici provvedimenti in favore dell’agricoltura, si impegnò ad abolire uno dei decimi di guerra (una sovrattassa del 10%) e a diminuire il prezzo del sale. L’on. Cefaly prese la parola il Io marzo. Si era occupato già con passione e competenza dei temi dell’agricoltura in una Memoria sulle condizioni dell’agricoltura e delle classi agricole nel mandamento di Cortale, redatta pochi anni prima, nel quadro dell’inchiesta agraria di Jacini. Questo scritto  costituisce una testimonianza sulle condizioni materiali e morali dei contadini ed un documento sulla situazione tecnica e strutturale dell’agricoltura nella nostra area di straordinaria importanza, nonostante la carente strumentazione statistica del tempo. Ed è utile ancora oggi per chi voglia ricostruire le condizioni materiali di esistenza dell’80 % dei cortalesi 

sul finire dell’’800, grazie a descrizioni di straordinario realismo come questa:

“ Il contadino coltivatore di questo Mandamento è il cittadino più meritevole di considerazione per l’indole, l’operosità e la scarsa sua retribuzione. E’ analfabeta, ma sotto l’aspetto morale è buono, assai economico, forte lavoratore,resistente ai rigori maggiori delle stagioni e relativamente onesto e intelligente. Abita tuguri miserrimi, nei quali salvo l’aria fresca e purissima che vi penetra da ogni parte è trasandato ogni precetto igienico. Si ciba di solo pane di granone , ed alla sera mangia in seno alla sua famiglia una minestra di erbe o per lo più di patate, o fagioli con iscarsissimo o nessun condimento. E questo sempre, in tutt’i tempi ed in tutt’i giorni. Consuma in media un chilo ed un quarto di pane, non perché fosse così limitato il suo appetito, ma perché vi si costringe, ed un terzo di chilo, pesati crudi, di fagiuoli quando di questi è la minestra. La moglie ed i suoi figliuoli, allorché non sono grandi da lavorare, e calcolati in media approssimativa di due, consumano tutti e tre quanto il padre solo. Grazie alla bontà delle acque ed all’aria dei due comuni (Cortale e Jacurso. N.d.r.) il contadino è di florida salute, e non va soggetto che alle flogistiche , come malattie predominanti. La vita militare l’istruisce e lo migliora nello sviluppo fisico. Si ammoglia presto, a 22 o 23 anni, allorché si libera dal servizio militare. Dorme nell’estate approssimativamente sei ore, e nell’inverno otto o dieci. Il sole lo trova e lo lascia al lavoro, dappoichè egli in tutte le stagioni comincia e finisce al crepuscolo. Vive ordinariamente fino a 70 anni, e vi è frequente qualche caso di 100, e spesso in quella estrema età lo si vede lavorare. E con quella vittitazione ed igiene pare miracoloso lavorare e resistere tanto!! Le donne lavorano egualmente degli uomini, quanto a durata di tempo, e senza distinzione di zitelle o maritate lavorano sempre: portano sul capo enormi pesi; ripuliscono le biade , piantano il granone e lo rizzappano; colgono i frutti e li disseccano, quando ciò richiede la loro conservazione; provvedono di legna la casa, e di quanto altro occorre; e contemporaneamente, se son madri, accudiscono alla loro prole,  e l’educano ben presto al lavoro.”  

Anche  nel discorso parlamentare è possibile rinvenire la stessa partecipe adesione ad una realtà difficile e resa più amara dalla crisi che investe tutti i gruppi legati alla terra ingenerando in essi profondo malessere:

“Tutte le volte che fo ritorno nelle mie contrade, constato con profondo rammarico, con vero sconforto dell’animo mio, che quella classe di agiati proprietari d’una volta, che menava vita patriarcale, che costituiva il grosso medio ceto dei possidenti calabresi, che lavorava e faceva lavorare, ch’era largo di soccorsi ai bisognosi e sempre festevole , oggi è ammalata di spirito e si priva del necessario, lavora sempre e si trova sempre alle prese con l’esattore, non paga che tasse e debiti, e non riesce alle une e non si svincola mai dagli altri” Ma è soprattutto sui ceti subalterni che le conseguenze di questa situazione  sono più disastrose:“quei laboriosi contadini impiegano tutta la loro attività nella coltivazione dei campi per assicurarsi il sostentamento annuale e spesso non raggiungono lo scopo: E perciò non sempre hanno da lavorare sulla terra , imperochè mancando loro il pane, han bisogno di scorte dal padrone, che non ne ha a sua volta , ed oziando, o si distraggono in lavori stradali, o se possono, emigrano, e quel bel tipo di nostro lavoratore indefesso, economo e morale si guasta.” Il Cefaly lancia un grido d’allarme: “la produzione agraria è per l’Italia ciò che è il sangue nel corpo umano. Senza sangue nessun organo funziona e la vita non è possibile: Se depauperate il sangue, la vita è anemica. Così, se l’agricoltura cade, cade tutto l’edifizio nazionale; se l’agricoltura soffre , soffre tutta la pubblica prosperità.” “E lo Stato con un bilancio di un miliardo e mezzo quanto spende per bonificare dalla malaria le contrade che ne sono infestate? Per rimboschire le nostre montagne denudate? Per canalizzare, a vantaggio dell’irrigazione generale del paese acque di torrenti o di fiumi, che corrodono le montagne e devastano le pianure, portandovi la malaria e lo squallore?”                                              

Si tratta di un atto di accusa pesante contro i governi succedutisi dall’unità d’Italia per l’esoso fiscalismo fatto gravare sulle classi agricole e per la sistematica spoliazione delle risorse della terra ed il loro drenaggio a favore di una politica di opere pubbliche volta a realizzare quelle infrastrutture necessarie all’incipiente sviluppo industriale. Cefaly dopo aver lamentato “la sperequazione di trattamento tra i prodotti agricoli esteri, che fanno la concorrenza ai prodotti agricoli nostri con vantaggio per le leggi improvvide che sono in vigore presso di noi”, afferma: “la sperequazione sta tra le tasse nostre che colpiscono la ricchezza agraria in misura diversa dalle tasse che colpiscono le altre ricchezze, la sperequazione delle tasse tra la ricchezza mobile e la ricchezza stabile”, ma anche la scarsa produttività del suolo non favorisce la nostra agricoltura nel mercato mondiale dei cereali, per il fatto che “le terre estere sono fertili e le nostre relativamente non lo sono”e che “all’estero vi sono capitali in maggiore quantità ed a più buon mercato che da noi”. Il  Cefaly prosegue la sua argomentazione: “ Mi preoccupa il deprezzamento della terra, e ciò nonostante il vedere che il capitale sfugge dallo impiegarsi in essa. E il ribasso del valore del suolo deve preoccupare tutti, perché a trasformare la nostra agricoltura da estensiva in  intensiva v’abbisognano capitali considerevoli, e il capitale non può accorrere copioso sulla terra che ha poco valore.” Il deputato cortalese rifiuta  l’introduzione di dazi protezionistici da cui non avrebbero certo tratto beneficio le colture calabresi più pregiate destinate all’esportazione (agrumi, seta, olio) e l’abolizione della tassa di ricchezza mobile ai fittuari in quanto più sensibile, da proprietario, all’alleggerimento dell’imposta fondiaria. Propone piuttosto una “istruzione agraria grandemente diffusa e completata”, e un “credito agrario e fondiario a mite interesse e di facile accesso agli agricoltori” il quale “dovrebbe funzionare a guisa da riscattare la proprietà da tutti i debiti che ora la gravano d’interessi pesantissimi” e “che si dovrebbe farlo funzionare per anticipo di fitti, per anticipo di capitali necessari alle varie culture ed alle industrie agricole, e soccorrendo tanto il capitale che il contadino agricoltore.” “Io farei raccapricciare la Camera se tenessi discorso sulle miserande condizioni  che la mancanza di credito arreca alle mie provincie calabresi!” Si trattava di una posizione liberista,quindi, tesa ad ottenere compensi e difese di carattere settoriale e che sollecitava lo Stato a garantire le condizioni per un rilancio delle campagne. Secondo una visione di stampo quasi fisiocratico, lo sviluppo doveva fondarsi soprattutto sull’agricoltura e sul rafforzamento della proprietà terriera presentata come la naturale interprete dei bisogni di quel mondo. Infatti prima di concludere il Cefaly si sofferma sulle relazioni esistenti tra proprietari e contadini presentando il quadro di una armonica comunanza d’interessi: “Dalle mie parti antagonismo tra contadini e proprietari non ve n’è. I contadini hanno del resto poco da invidiare ai medi e piccoli proprietarii; e forse io credo che siano più sofferenti questi che quelli. Così si è parlato di socialismo:  nelle mie provincie, la classe agricola è elemento d’ordine e di conservazione. Ma se si crede di rispondere ai suoi bisogni col negarli, comprendo benissimo come sarebbe da temerla per la cosiddetta questione sociale, che ancora lì non si conosce.” Ed infine esprime la sua opinione sull’emigrazione:“Altri hanno invocato l’emigrazione come un gran bene. Il mio parere è che l’emigrazione sarebbe salutare , quando avvenisse per esuberanza di vita, per necessità di espandersi che senta il paese, per pletora insomma; ma l’emigrazione d’Italia dipende per 9 decimi disgraziatamente da mancanza di lavoro, e da anemia. E’ quindi manifestazione di sofferenza, e perciò un male, che bisogna curare.” Come rimediare? “Ottenetemi che il capitale s’investa proficuamente all’acquisto e miglioramento dei campi, ed avrete che il lavoro cresce ed è richiesto, la rendita aumenta e l’emigrazione diminuisce; sollevate la produzione agraria e naturalmente avrete sollevato la produzione dei salari” perché “contadini e proprietari costituiscono una sola catena e se gli uni soffrono, gli altri non godono”. Il Cefaly appare consapevole che le sue proposte erano destinate a non essere accolte e lo ammette apertamente: “Per disgrazia l’ambiente dell’assemblea è favorevole alla politica coloniale e alle convenzioni ferroviarie, e non si ha voglia di provvedere all’agricoltura”. Gli altri settori dell’economia (edilizia, industria, commercio, trasporti), risultavano senz’altro più redditizi per l’investimento di capitali e Depretis, ormai avviato verso una politica di espansionismo coloniale, non poteva assolutamente realizzare quegli sgravi fiscali e, contemporaneamente, quelle spese necessarie all’ammodernamento dell’agricoltura. Due anni dopo verrà adottata una tariffa protezionistica sotto la spinta convergente degli interessi dell’ industria siderurgica e cotoniera del Nord e di quelli della grande cerealicoltura del latifondo a coltura estensiva del Sud, cioè dei settori più moderni e dinamici e di quelli più arretrati dell’economia italiana. Si cementerà così quel blocco “industriale - agrario” contro cui avrebbe rivolto i suoi strali la polemica meridionalistica negli anni seguenti.

  (C.A.Notaris)

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CORTALE PRIMA E DOPO L’UNITA’ D’ITALIA SECONDO IL SENATORE CEFALY

 

 

(C.A.Notaris)

Ernesto Nathan, importante uomo politico mazziniano, primo sindaco laico di Roma, nel 1906 diede alle stampe un libro a cui ancora oggi attingono gli studiosi alla ricerca di fonti documentate e attendibili (es. Sergio Romano nella sua Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni,Milano 1998). Il libro, intitolato Vent’anni di vita italiana attraverso l’annuario,è una minuziosa rassegna, corredata di dati statistici, sullo stato della compagine nazionale attraverso l’analisi dei suoi comparti principali; una sorta di bilancio politico, economico, sociale e culturale del Paese da poco uscito dalle convulsioni di fine secolo e avviato da Giolitti sulla strada  della modernizzazione. In un capitolo  l’autore esamina la condizione delle vie di comunicazione mettendone in risalto gli effetti positivi dell’impetuoso recente sviluppo e, per avvalorare le sue tesi, ricorre alla testimonianza di “un amico pregiatissimo, non sconosciuto al mondo politico” per offrire al lettore – “seguendo il filo delle sue reminiscenze” - una precisa ricostruzione del “quadro di costumi nella vita pubblica e privata in rapporto ai tempi”.“Per oltre  quattro anni io fui Sindaco del mio paese e ne ho studiato le vicende e le condizioni”.Così inizia una “narrazione schietta e veritiera” che si snoda per tre pagine fitte di ricordi partecipi e acute considerazioni, al termine delle quali Nathan ci rivela il nome del “pregiatissimo amico”: si tratta del senatore Antonio Cefaly (1850-1928) che Aldo A. Mola, il massimo biografo di Giolitti, definisce “fedelissimo giolittiano” e “vicario del deputato di Dronero nel Mezzogiorno”, quindi una delle figure di maggior spicco della vita politica italiana del tempo.Era nato a Cortale, figlio dell’avvocato Fortunato Cefaly e di Elisabetta Bevilacqua; dovette abbandonare gli studi per le precarie condizioni di salute del padre e assumere la direzione dell’azienda familiare. Fu eletto a ventun anni consigliere comunale e due anni dopo divenne sindaco del suo paese. A venticinque anni entrò nel consiglio provinciale divenendone, in seguito, presidente; Per oltre quarant’anni parteciperà attivamente alla  vita amministrativa provinciale. Nel 1882 fu eletto deputato e venne confermato nelle tre legislature successive. Il 17 novembre 1898 venne nominato Senatore del Regno. Il 3 maggio 1928, il Presidente del Senato Tommaso Tittoni, nel discorso di commemorazione ne tracciò un commosso ritratto: “fu attivo e apprezzato parlamentare; predilesse le questioni agrarie, di cui fu appassionato e non meno che competente cultore e militò nel partito liberale progressista, ai cui principi tenne fede ognora. Godè la fiducia di vari Ministeri ed ebbe offerta a più riprese la carica di sottosegretario e di ministro, che la innata modestia gli impedì di accettare”; “Gentile e cordiale con tutti , era da tutti amato, al di sopra delle divisioni di parte , ed era generalmente apprezzato per l’inflessibilità del carattere. La stima dei colleghi lo chiamò per tre volte alla carica di vicepresidente, e fu carissimo ai colleghi dell’Ufficio di presidenza.Uomo benefico e amantissimo del paese natio, lo ha più volte beneficato anche con cospicue donazioni. Antonio Cefaly fu esempio di carattere , di operosità, di modestia e di zelo nell’adempimento dei propri doveri ; il Senato del Regno si inchina reverente alla sua memoria e porge alla famiglia desolata commosse condoglianze”. Si era ormai in pieno regime ed è da rimarcare la sottolineatura, operata da Tittoni, della fedeltà di Cefaly ai principi liberali e democratici.

Il legame profondo che univa il senatore al suo paese traspare da queste pagine, citate da Nathan e parzialmente riprese da Romano, che riteniamo di dover proporre integralmente non solo per il loro nitore e perché costituiscono un importante affresco storico e sociale di un’epoca di transizione, ma anche perché di difficile reperibilità. Da esse traspare la orgogliosa rivendicazione da parte dell’élite liberale – borghese dei progressi compiuti anche nei piccoli centri in quarant’anni di vita unitaria,  che il Cefaly puntualmente segnala: potenziamento degli apparati amministrativi, lotta all’analfabetismo, sicurezza pubblica, mobilità degli individui,rottura dell’isolamento, crisi delle antiche  forme economiche (a dire il vero, alquanto idealizzate) imbozzolate in una asfittica dimensione locale e ora, finalmente, esposte all’alea della concorrenza. La rievocazione si conclude con un tono di combattiva fierezza  e  di ottimistica fiducia sulla crescente diffusione del benessere per effetto della libera circolazione degli uomini, delle merci e delle idee nonché dello sviluppo tecnico e scientifico, al punto che il senatore trasvaluta il fenomeno doloroso dell’emigrazione omettendo di considerarne i costi sociali e umani. Il mito del progresso fu, d’altronde, un’illusione tipica dell’ideologia liberale e positivistica (ma anche di quella socialista), destinata a infrangersi di lì a poco con lo scoppio della guerra, e accomunò, con poche eccezioni, tutta la generazione politica a cui il Cefaly appartenne, segnandone i limiti. ( Carlo Alberto Notaris)     

 

 

 

 

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Per oltre quattro anni io fui sindaco del mio paese e ne ho studiato le vicende e le condizioni. Sotto al Borbone prima del ’60, il Comune aveva un solo impiegato; costui prima di fungere da segretario comunale era un maestro calzolaio. Si godeva allora nella nostra provincia fama di Comune “Culto”. Il nostro bilancio per l’istruzione sommava in tutto a 204 lire(48 ducati); 102 al parroco per la scuola maschile,102 ad una certa Signora, che io non nominerò,morta da pochi anni, analfabeta, e però insegnante alle bambine di quel che sapeva, lavori di cucito.  Cortale, alle falde del monte “Contessa”, circondato dai fiumi  - torrenti “Pilla” e “Pesipe”, spesso in inverno si trovava segregato da tutto il mondo.Il monte si copriva di neve, i fiumi s’empivano d’acqua, e strade per valicare il primo e ponti per traversare gli altri non esistevano. Il procaccia (era lui la posta) doveva, a condizioni normali, arrivare una volta la settimana; grazie ai briganti che albergavano in montagna e lo svaligiavano una volta si e una volta no, la settimana si allungava in quindicina.Ma quando aveva trionfalmente superato tutte le difficoltà ed arrivava a casa mia recando i due giornali del Regno delle due Sicilie, l’Omnibus ed Il Paese, era un avvenimento! Si mandava in giro un messo per avvertire i maggiorenti, e riuniti in circolo, si leggevano e si discutevano avidamente le fresche, per noi, notizie di quei due effemeridi; soprattutto si fremeva e si palpitava leggendo le appendici di Don Ciccio Mastriani, il Ponson du Terrail di quel periodo. Erano racconti a titoli rimbombanti:I Vermi, La Cieca di Sorrento, Il mio Cadavere, quei romanzi a grosse pennellate che muoverebbero a sorriso di compassione i nostri colti e filosofici studenti di prima ginnasiale, nutriti di letteratura psicologica e decadente. Se di notte babbo e mamma confabulavano, quasi cospirassero, era segno, ricordo, di vicino viaggio. E a mezzanotte si mandavano a chiamare gli armigeri (la necessaria scorta di fedeli ora scomparsa); scaricavano e caricavano i fucili, si somministrava loro una dose misurata di acquavite, tutto si allestiva nel silenzio e nel mistero si partiva, a cavallo s’intende, appena apparivano i primi chiarori del giorno. Se la mèta era Catanzaro, si pigliava la via di Nicastro, poi ad un certo punto si cambiava rotta per depistare possibili assalitori; ed in ordine sparso , mandando innanzi gli esploratori, fra tattica e strategia, si mettevano giornate intere per arrivare là ove con un legnetto si giunge in poche ore. Quando poi si trattava di oltrepassare i confini della provincia , le difficoltà, i dubbi, le previdenze sembrano oggi incredibili. Chi doveva recarsi a Napoli non partiva senza prima fare testamento; chi aveva oltrepassato il Faro di Messina s’acquistava tale fama in paese da convertire  la sua saliva in specifico per la guarigione delle eczeme! Fra i ricordi narrati mi vengono in mente quelli di mio zio, il quale, avendo in principio del secolo menato in moglie una gentildonna napoletana, tanto dovette preoccuparsi per la fatica ed il tempo indispensabili per condurla a Cortale, che arrivò finalmente insieme ad una figlia di sette anni! I preparativi di quel viaggio non impallidiscono di fronte a quelli della “Stella Polare”. Su di una barcaccia,oltre a grandi provvigioni di bocca, v’era un piccolo esercito. Appena si agitava il mare e s’increspavano le onde si approdava dovunque e l’esercito si schierava a difesa dei briganti, che erano fra le istituzioni di quelle regioni scarsamente popolate, senza adeguati mezzi di comunicazione.Quaranta furono i giorni di navigazione da Napoli sino a Tropea; di là due giorni di lettiga dalla spiaggia sino a Cortale. La mia povera zia vide costruire la ferrovia; ma la reminiscenza di quel primo e terribile viaggio, la convinzione di essere sepolta in un angolo estremo della terra le tolse ogni voglia, fin ogni speranza di rivedere la sua diletta Napoli! Caro mio, le cose oggi sono cambiate. Si va e si torna da Napoli nell’istesso giorno; gli impiegati al nostro Comune sono otto fra segretari, vice – segretari ed uscieri; il bilancio dell’istruzione è salito a lire 7000: Due volte al giorno si riceve la posta e porta, purtroppo le lettere, molte lettere, troppe lettere, giornali e giornaletti locali.Se urge l’occasione a due passi da casa vi è l’ufficio telegrafico. Armigeri, che farne? Non v’è contrada italiana più della calabrese tranquilla per ciò che riguarda la pubblica sicurezza:spezzato il manutengolismo, assicurate delle vie sicure e rapide di comunicazione, il brigantaggio non ha più possibilità riprodursi: Dei 4000 abitanti del Comune , che non arrivavano mai ai confini della provincia, emigrarono, secondo l’ultimo censimento, 864,; oggi la cifra sarà forse raddoppiata ; vanno e vengono dall’America del Nord e del Sud colla massima facilità e disinvoltura. Ed è finita la vita tranquilla e patriarcale di un tempo;la sobrietà e purtroppo la probità d’allora non esistono più: altre le esigenze, altro l’orizzonte. Si viveva con poco e poco si esigeva dalla vita. Le barriere doganali confinavano i prodotti nei territori ove nascevano; ce n’era per tutti ed a vil  prezzo; quando sopravveniva la calamità di una carestia, il governo borbonico traeva dalla fossa le provviste ivi accomunate, e da onesto mercante le vendeva con discreto, od indiscreto guadagno, alle affamate popolazioni. La proprietà in quelle condizioni allora fioriva,ora va di mezzo. La scomparsa delle dogane ha messo la nostra coltura estensiva in concorrenza con quella più perfezionata e ne usciamo colle ossa rotte, ma l’insegnamento è seme che comincia a germogliare; chè la vita, fin nella produzione del vino, del grano, dell’olio è moto: e si cammina: I terreni si dissodano, l’olio diviene commestibile, col tempo sapremo valerci dei concimi chimici e delle macchine agrarie. L’ossatura del risorgimento economico va formandosi: Non sono solamente le vie, ferrate o no, né l’istruzione, è lo spirito pubblico che si risveglia e si sviluppa e affida per l’avvenire. E nella mia vita vagabonda ebbi la conferma della speranza che allieta l’animo mio di calabrese quando andai in Spagna: là mi pareva di rivedere la mia Calabria del ’60, e potei misurare quale e quanta strada da allora si è percorsa! 

 

 

 Tratto da E. Nathan, Vent’anni di vita italiana attraverso l’annuario, Roux e Viarengo, Roma – Torino, 1906, pagg. 56 – 58.   

(C.A.Notaris)

 
 
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