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Senatore Francesco Todaro
Il senatore Todaro ed il suo tempo

 

 

 

(a cura di C.A.Notaris)
Relazione tenuta al convegno “Francesco Todaro (Cortale 1864 – Roma 1950): scienziato dell’agricoltura e senatore. Un grande cortalese nella storia d’Italia”, svoltosi a Cortale il 7 aprile 2004.

 

 

 

 

 

Considero doveroso, prima di affrontare il tema della comunicazione assegnatomi, formulare alcuni ringraziamenti:

 

  • Al prof. Francesco Mellace, che rivolge al mio indirizzo parole di elogio assolutamente non meritate, organizzatore  di questo convegno che ha sopperito alla generale trascuranza nei confronti di un momento “alto” della memoria  della comunità cortalese.

     

  • Alla famiglia Todaro che ha messo a disposizione il proprio archivio contenente numerosi testi, articoli, pubblicazioni e l’epistolario privato dell’illustre congiunto.

     

  • Al senatore Nuccio Iovene  (D. S.) che ha rinvenuto negli archivi parlamentari gli interventi di Todaro al senato.

     

  • Al dottore Melandro che ha cortesemente consentito la consultazione della sua “Treccani”e all’amico De Filippo sempre prodigo di consigli e suggerimenti utili per la ricerca che ho dovuto svolgere.
Naturalmente la responsabilità del contenuto di queste note compete esclusivamente al loro estensore.

 

 

 

             ***                        ***                  ***                   ***

 

 

 

Lo scopo che mi prefiggo è quello di cominciare ad estrarre dall’oblìo il ricordo di una delle figure più eminenti di questa terra di Calabria che il senatore Todaro, a Bologna nel 1938, poeticamente ricordava come “quell’estremo lembo del bel paese in cui vidi il primo sole”, ricostruendo i caratteri salienti della figura e dell’opera sua attraverso l’esame di alcuni testi (scritti e discorsi).

 

Verrà particolarmente curata la dimensione filologica proprio per recuperare un pensiero misconosciuto nella sua veste originaria, reimmetterlo, per quanto possibile, in circolazione, sottraendolo ai toni retorico - celebrativi che prevalsero nelle commemorazioni degli anni ’50, superando la rimozione operata su aspetti non marginali della sua vicenda, e restituirlo così integralmente al suo tempo. La qual cosa, mi rendo conto, potrà appesantire alquanto l’esposizione, e di ciò mi scuso anticipatamente con i presenti.

 Sono anche assolutamente consapevole della parzialità della ricostruzione offerta, data l’insufficienza della documentazione in mio possesso a fronte di un’attività pubblica, di studioso e di politico, straordinariamente longeva, ben sintetizzata nel “Repertorio biografico dei senatori dell’Italia fascista” curato da Emilio Gentile, autorevole storico della scuola di Renzo De Felice, in cui alla voce Francesco Todaro si legge:

 

“ Figlio di Domenico e Maria Bertuca, nato a Cortale, Catanzaro, il 17 Febbraio 1864, residente a Bologna, coniugato con Elvira Marescotti, morto a Roma il 10 gennaio 1950. Curriculum: laurea in scienze agrarie, docente universitario, Agronomo, Professore ordinario di Agricoltura alla Scuola superiore agraria di Bologna dal 7 dicembre 1924 al 30 novembre 1927, membro del consiglio di amministrazione della scuola superiore agraria di Bologna dal 1931 al 1935, direttore dell’istituto di cerealicoltura di Bologna, membro del consiglio nazionale delle ricerche. Attività politica: iscritto al P.N.F. dal 22 ottobre 1928, federazione di Bologna, fascio di Bologna. Senato del Regno: nominato il 6 aprile 1934(…) membro della commissione per l’esame dei disegni di legge per la conversione dei decreti-legge dal 18 aprile 1937 al 2 marzo 1939,  membro della commissione dell’agricoltura dal 17 aprile 1939  al 3 marzo 1942, membro della commissione di finanze dal 3 Marzo 1942 al 5 agosto 1943.”

Un’esperienza quindi che si è protratta per un arco di tempo lunghissimo, (dalla Calabria post – unitaria all’Italia giolittiana, dal regime fascista agli albori della repubblica), vissuta all’insegna di un intreccio inscindibile tra la sua attività di studioso e di docente, l’impegno pubblico nelle istituzioni del tempo e l’infaticabile opera di organizzatore di attività economiche nel campo agricolo. Ne emerge il profilo di una personalità fuori del comune, uno specialista d’ingegno spiccato e di valore assoluto che seppe porsi all’avanguardia in un settore cruciale della ricerca.  

 

  Per undici  anni docente di agraria e di estimo nei Regi istituti tecnici , dal 1904 al 1935 occupa la cattedra di agricoltura nel R. Istituto superiore agrario dell’ateneo di Bologna; svolge una assidua attività scientifica  rivolta all’analisi botanico - agraria delle sementi ed allo studio genetico dei cereali. Inizia tale studio nel 1909 e due anni dopo fonda la Società Bolognese “produttori sementi”, la prima del genere in Italia per provvedere al miglioramento di razza delle piante erbacee più coltivate nella Provincia di Bologna e per assicurarne a tutti gli agricoltori i benefici. Todaro ebbe il merito di comprendere, con notevole anticipo, che per lo sviluppo dell'agricoltura sarebbe stato determinante non solo il contributo offerto dalla ricerca ma anche la promozione dell'impiego di nuove varietà di sementi. In una mole sterminata di pubblicazioni ha illustrato le proprie ricerche sperimentali sui trattamenti di semi di varie specie (Germinazione dei semi “duri” di leguminose trattati con l’acido solforico – devitalizzazione dei semi di cuscuta col riscaldamento in aria secca  - ecc.), sulla consociazione di piante erbacee, sulla concimazione di cereali, sui processi della semina e sui lavori del suolo. Altre presentano e illustrano le non poche sue razze – di frumento, avena, orzo, segale, mais, e riso – che contribuiranno largamente allo sviluppo della cerealicoltura del Paese (Il miglioramento di razza nelle piante agrarie e Lezioni di agricoltura).

 

Ancora oggi l’università di Bologna vanta il nostro concittadino tra le sue glorie accademiche; infatti, nell’ home page dell’area agronomica  possiamo leggere, a proposito dell’Istituto di Agronomia Generale:

 


  “Primo titolare dell’insegnamento fu il Prof. Francesco Todaro, il quale ha lasciato un’ indelebile traccia delle sue capacità di studioso, ricercatore ed organizzatore soprattutto nei settori del miglioramento genetico del frumento e del controllo delle sementi. Egli istituì il Laboratorio Analisi Sementi, l'Istituto di Allevamento Vegetale e la Società Bolognese Produttori Sementi. Per i suoi alti meriti scientifici il Todaro fu nominato Senatore del Regno”.

 

 

 

A testimonianza del carattere durevole e non effimero dell’influenza da lui esercitata nel campo della biologia vegetale sta il lemma che gli dedica l’Enciclopedia Treccani:

 

 

 

“Si è occupato con indagini sperimentali in laboratorio e in campagna di problemi relativi alla biologia delle piante agrarie e alla loro tecnica colturale: ha reso importanti servigi all’agricoltura nazionale con la realizzazione del controllo sulle sementi del commercio, col miglioramento genetico (basato soprattutto sul metodo delle piccole specie) di piante di grande coltura soprattutto di cereali. Le sue razze di grano già largamente diffuse nelle colture dell’Italia settentrionale, vanno riemergendo sicure, dopo la diffusione di razze precoci che tenderebbero ad eliminarle. Sono coltivate anche varie sue razze di avena, di orzo comune e da birra, di riso e di mais. Oltre ad alcuni trattati scolastici sull’agricoltura e sui miglioramenti di razza nelle piante agrarie, ha pubblicato numerose memorie di carattere sperimentale nelle quali si rivela sicuro conoscitore della biologia vegetale, e su argomenti di tecnica e d’economia agraria”.

 

Egli stesso nel discorso di congedo rivolto ai laureati del 1o trentennio dell’Istituto Superiore Agrario della R. università di Bologna, il 16 Giugno 1935, abbozzerà una sorta di bilancio della sua esistenza interamente dedicata agli studi, ricordando l’impetuoso sviluppo realizzato dalla scienza agraria. L’agronomia, vincendo scetticismi e resistenze iniziali è riuscita a conquistarsi un ruolo strategico nel panorama italiano ed “in misura sempre più larga contribuisce allo sviluppo dell’economia nazionale, cui supremo obiettivo è di giungere a conferire dignità di uomo ai figli d’Italia non ancora redenti dalla miseria morale e materiale”. Todaro è cosciente di aver fornito un contributo di grande rilievo al raggiungimento di questo obiettivo, ne prova un intimo compiacimento e ricordando il lungo cammino compiuto dichiara: “Questo ritorno al passato, e in questo momento, mi fa mutare impressioni, tendenze e apprezzamenti; cambia la innata mia umiltà di figlio del popolo se non in superbia – per me inconcepibile e non tollerabile – in vero e aperto orgoglio”. Rileggendo le parole con cui rievoca all’uditorio di alunni “la soddisfazione certamente reciproca delle lezioni bene conchiuse” emerge la statura del suo magistero con “la gioia dei tradizionali 50 minuti di lezione, di cui ho potuto godere fino a ieri , al chiudersi della mia missione scolastica” dopo “ quarantanove anni di ininterrotto lavoro da me dato alla scuola; dei quali più di trenta a questa scuola, che è stata la vera più cocente passione della mia vita: Sarà uno strappo al cuore dolorante, come nell’angoscioso distacco dalla famiglia in cui si è nati e per cui si è vissuti e si vuol vivere”.

Per il Todaro, che inaspettatamente rammenta in questo frangente il “ mio e vostro tormento di quel nefasto biennio di nevrastenia da sopralavoro che, nel fiore degli anni, mi andava giorno per giorno depredando di ogni attività intellettuale, il che è ben più e peggio della morte”, la severa disciplina degli studi non costituisce certamente un rifugio teoretico alieno dal cimento dell’operare, dalla contaminazione con il mondo della prassi, del lavoro umano. Il suo pensiero corre nell’attimo mesto in cui si congeda dal suo mondo ai “buoni agricoltori del nostro paese” e rammenta “la più che trentennale mia fatica silenziosamente associata alla rude fatica loro; l’opera insistentemente e onestamente data alla tutela del periglioso mercato delle sementi: E poi ed ancora con la fondazione di razze vegetali elette –al perfezionamento della loro fondamentale macchina che nel profondo mistero della vita può rendere prospera o grama l’economia dell’azienda. E così pure con larghe metodiche prove di adattamento- l’opera data alla migliore possibile utilizzazione delle razze stesse. Potrò ricordare altresì di essere stato tra i primi a porre in luce-quasi preludio alla vittoriosa ‘battaglia’ del capo del fascismo- la portata politica, nazionale - all’infuori e al di sopra, se del caso, di ogni riflesso  economico- del nostro problema granario; il primo a presentare in atto – nel clima tanto propizio della evoluta agricoltura bolognese – una disciplinata impresa di agricoltori, di sicura fede e capacità, per la produzione di buone sementi: a prospettare la possibilità – oggi in parte realizzata dal governo fascista con gli ammassi granari – di un felice sviluppo dell’impresa stessa in una più vasta impresa cooperativa – di vendita in comune – analoga a quelle (dicevo allora)che tanti servigi rendono all’agricoltura del Canadà, degli Stati Uniti e di altri paesi, di giovane civiltà, a così dire, industriale e commerciale.”

Il Todaro non poteva esimersi dall’inserire la sua opera nella più vasta vicenda nazionale della politica agraria attuata dal regime fascista dal 1926 in poi, di cui può, a buon titolo, essere considerato tra i massimi ispiratori e protagonisti. Nel corso del 1925 le importazioni di cereali erano giunte a rappresentare circa la metà del disavanzo della nostra bilancia commerciale. Fu questa la ragione principale della cosiddetta “battaglia del grano” per l’autosufficienza cerealicola, intorno alla quale il regime fece sfoggio di un grande apparato propagandistico: Dal 1919 L’Opera Nazionale Combattenti aveva già intrapreso la valorizzazione intensiva di alcune terre cedute in godimento dalla Corona. E altri fondi erano stati messi a frutto da schiere di coloni e affittuari. Ma da quella data si decise di dar corso, su iniziativa di un tecnico di prim’ordine come il ministro dell’agricoltura Arrigo Sarpieri, ad un piano di ampio respiro per la “bonifica integrale” . In tal modo s’intendeva riscattare ( anche mediante procedimenti di espropriazione ) le terre incolte e accrescere l’occupazione mediante un programma coordinato di opere pubbliche e migliorie fondiarie. Il governo si proponeva anche di promuovere un mutamento della struttura sociale delle campagne, riducendo la massa dei braccianti. Vennero perciò aggiunti particolari provvedimenti per incoraggiare la diffusione di contratti di piccolo affitto e mezzadria, in conformità ai principi interclassisti di compartecipazione e di solidarietà fra capitale e lavoro nei rapporti di produzione. Ma la preferenza attribuita alle forme di conduzione agricola socialmente più stabili, come la colonia e la mezzadria, non assecondò lo sviluppo di tendenze innovative. La “sbracciantizzazzione” rese possibile la formazione di nuove piccole proprietà contadine, ma produsse un’ulteriore polverizzazione dei fondi e si risolse nell’ampliamento dell’area già cospicua destinata a produzione di semplice autoconsumo. Nel breve periodo la politica rurale del governo conseguì, tuttavia, risultati positivi. Entro il 1927 l’indice generale della produzione granaria ( che era caduto dopo il 1925 da 97 a 88 ) risalì all’indice 100. Ma, a più lunga scadenza, la “battaglia del grano” non riuscì a colmare interamente il fabbisogno interno. L’indiscriminata espansione della cerealicoltura finì inoltre col frenare lo sviluppo delle produzioni più redditizie ( da quelle foraggere alle ortofrutticole, all’allevamento del bestiame ). Neppure la bonifica integrale riuscì a raggiungere tutti i suoi obiettivi. Alcune zone vennero valorizzate, ma in generale non migliorarono le condizioni dell’agricoltura meridionale, anche per la riluttanza dei proprietari terrieri a conferire la quota parte degli investimenti di loro pertinenza. Così che, mentre al nord si producevano ventun quintali di frumento per ettaro, al sud non si andava oltre gli undici (Castronovo). Francesco Todaro aderisce con entusiasmo a questa battaglia, la sente propria, anzi se ne considera quasi un precursore, perché risponde ai suoi più intimi convincimenti di scienziato ma anche alla sua profonda visione dei doveri dell’uomo. Proprio nella chiusa del suo discorso di commiato dalla scuola ricorda,quasi come lascito morale ai suoi allievi “la non eufemistica mia dedizione alla patria cui ho sempre offerto e mi propongo di offrire il meglio dei miei pensieri e del cuore. Ma questo non è che il più elementare dei doveri civici, che nulla può aggiungere all’intimo compiacimento di chiusura della faticosa mia giornata”. Todaro venne chiamato a redigere per l’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Treccani, (di cui Treccani era il presidente e Gentile il direttore scientifico con l’alto patronato del Re), le voci cereali, cerealicoltura e battaglia del grano. Era la definitiva consacrazione della sua autorevolezza scientifica e anche della rilevanza nazionale ormai acquisita. La voce Cereali costituisce un testo scientifico di valore assoluto che resiste ancora oggi all’usura del tempo, in cui l’autore mostra di aver raggiunto non solo la totale padronanza della materia trattata, ma anche un nitore di stile insolito per l’argomento ed una prodigiosa capacità di sintesi capace di contenere le forme assunte dall’evoluzione produttiva delle campagne e i temi della modernizzazione novecentesca.Invece in  Battaglia del grano che il nostro autore si premurò di pubblicare nella rivista il coltivatore nel 1939 per diffonderne i contenuti ai molti rurali che non avranno occasione di vederlo nella Enciclopedia Treccani,come scrive in premessa,  possiamo trovare una oculata messa a punto storica ed economica del problema granario in Italia, secondo il punto di vista allora dominante, a testimonianza della complessità di vedute del Todaro, non riducibili di certo ad un arido tecnicismo. Seguiamo il suo ragionamento in questa lunga citazione:

“ In questi ultimi decenni andavasi accentuando nel nostro Paese un preoccupante squilibrio fra il consumo e la produzione nazionale del grano,così che la importazione recava allo straniero un nostro contributo di miliardi di lire. Lo squilibrio traeva origine dall’aumentata popolazione e – forse più – dal continuo elevato tenore di vita del proletariato urbano, principalmente e rurale. E la preoccupazione assumeva carattere di estrema gravità nel corso della guerra mondiale , aspramente combattuta contro di noi anche col siluramento del naviglio da cui - combattenti e non combattenti – dovevano attendere il pane quotidiano. Anche la preistoria trova il grano nella nostra agricoltura che – probabilmente fin dal primo inizio della coltivazione -  aveva ad esso conferito quel posto d’onore cui ha diritto come fonte di una derrata alimentare che nella sua completezza può da sola sufficientemente nutrire l’uomo. L’agricoltore che non conobbe le ansie del mercato fu sempre pago del prodotto che in qualsiasi misura il suolo più o meno sfruttato e la stagione gli consentivano di realizzare nella singola annata. Dalla civiltà – tanto più quanto avanzata – è messo nelle stesse dure condizioni dell’imprenditore industriale  che deve competere con produttori , di paesi anche molto lontani, più valenti o più fortunati. Ed eccoci sul mercato mondiale dei nostri tempi che nella libera sconfinata concorrenza travolge i meno forti; eccoci alle più recenti crisi della produzione granaria di tutte le terre a vecchia agricoltura dell’Europa sud – occidentale, sotto la ondata formidabile dei grani prodotti a vilissimo prezzo di costo particolarmente nelle terre vergini del Nord e del Sud – America. Dopo aver contribuito, con la tassa sul macinato, alla riduzione del consumo del grano – più fortemente colpito – i governi dell’anteguerra applicarono un dazio doganale d’importazione che ne difendeva e sosteneva il prezzo. Tale difesa contribuì ad allontanare il produttore nazionale del grano da quella rinuncia alla coltura che qualche nostro economista non aveva esitato a prospettare. La caduta quasi automatica della protezione doganale nel difficile approvvigionamento degli anni della guerra e dell’immediato dopo-guerra, contribuiva a creare condizioni durissime alla granicoltura. A gran pena si reggeva la nostra produzione granaria anche nel più libero respiro assicurato dal fascismo, e rimaneva ancora lungi dalla possibilità di offrire ad un popolo  che è tra i più forti mangiatori di pane questo fondamentale alimento, alla cui produzione in casa sono strettamente collegate la indipendenza nazionale in pace e la nostra vittoria in guerra.”

 

E’ possibile ravvisare in questo scritto del Todaro (pubblicato a suo tempo sull’Enciclopedia Treccani) lo stesso atteggiamento che era sorto nell’intera comunità scientifica italiana durante la Grande guerra. Il conflitto aveva, infatti, evidenziato drammaticamente la nostra dipendenza dall’estero per molte materie prime e prodotti chimici. Un abito mentale che, sviluppatosi nell’immediato dopoguerra, proclamava la necessità ed il dovere per la scienza di impegnarsi nello sfruttamento delle risorse nazionali ed istituiva un privilegiato rapporto tra scienza ed esigenze belliche.Le pubbliche dichiarazioni di fede negli ideali del fascismo fatte dal Todaro costellano tutta la sua pubblicistica di questo periodo e diventano sempre più retoriche dopo la fondazione dell’impero; d’altronde sono gli anni in cui il consenso al fascismo raggiunge il suo apogeo. Bisognerà attendere una guerra perduta, combattuta di malavoglia al fianco di un alleato mostruoso, distruttore di ogni civiltà, una congiura di palazzo e un nuovo risorgimento perché la borghesia italiana ed il ceto intellettuale ad essa collegato, dopo la disillusione maturassero il proprio  distacco dal regime. Sarebbe ingeneroso da parte nostra  pretendere dal Todaro una posizione anticonformista che in quel momento solo minoranze eroiche seppero assumere: su 2500 docenti universitari solo 11 rifiutarono di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo. Ma è, comunque, da sottolineare che la adesione di Todaro alla politica del regime avvenne nel nome della scienza e della tecnica; egli vide nella battaglia del grano l’occasione di fare dell’agronomia un pilastro della società nazionale, la manifestazione di un progetto di modificazione della società che affidava agli scienziati un ruolo di primo piano. La sua adesione convinta agli ideali autarchici si evidenziò in ricerche specifiche e in pubbliche manifestazioni. Tutti i suoi interventi appaiono mossi da un genuino interesse scientifico mentre i riferimenti al fascismo come fede e come missione e l’esaltazione del capo, in essi presenti, appaiono per lo più come un atto dovuto allo spirito dei tempi. D’altronde il regime fu prodigo di riconoscimenti nei confronti di Todaro che alla fine coronò la sua formidabile carriera con il laticlavio senatoriale nel 1934. Non che la sua ascesa ai massimi onori sia stata esente da amarezze e battute d’arresto. Ritorniamo ancora una volta al discorso d’addio alla scuola dove afferma:

 

“Potrei anche dire delle larghe ricompense che il governo nazionale si è benignato di conferirmi, superiori ad ogni mio merito; e, nel rovescio, di qualche grossa amarezza – da patente ingiustizia – che sul non breve annoso cammino delle predette mie attività, ho dovuto raccogliere e, pur non del tutto rassegnato, caricarmi santamente sulle spalle.”

 

Lo stile a noi oggi pare allusivo e sibillino ma alle orecchie dei contemporanei i riferimenti dovevano apparire ovvi e trasparenti e, vista la sede in cui il discorso veniva pronunciato, non poteva non essere collegato a qualche aspetto o episodio sgradito collegato alla sua attività di sperimentatore. Due erano le figure dominanti nel panorama della genetica vegetale del tempo: Todaro e Strampelli. Ed il riferimento velato del discorso è senz’altro riconducibile alla controversia che egli ebbe con l'altro grande nome della granicoltura italiana, molto interessante per noi posteri soprattutto perché in essa c'è lo scontro tra due scuole, tra due diversi modi di intendere la granicoltura. Francesco Todaro impersonava la tradizione scientifica italiana con tutto un bagaglio di certezze largamente accreditato, Nazareno Strampelli la messa in discussione di quanto fino ad allora era stato fatto, e la proposta di un nuovo approccio scientifico. Nel 1918 Strampelli pubblicò nel "Bollettino degli agricoltori italiani" un articolo dal titolo "Breve riassunto dei lavori della R. Stazione di granicoltura Sperimentale a Rieti”, nel quale si soffermò sul metodo dell'ibridazione da lui adottato, esaltandone le potenzialità rispetto a quello della selezione. Nell'articolo Strampelli, senza mezzi termini, pose una demarcazione netta tra il suo approccio e quello del Todaro: Fra il semplice ricercatore o selezionatore genealogico e colui che esegue ibridazioni e ne segue i tipi che ne conseguono, scegliendone e fissandone quelli che corrispondono ai suoi fini , corre la differenza che passa tra colui che esegue scavi per rintracciare opere e l'artista che tali opere d'arte crea E più oltre: Se si vuole abbellire una piazza , una corte, un giardino con una statua chi più facilmente riuscirà, colui che la statua va a ricercare con sapienti scavi ... o lo scultore, che provvedutosi del necessario blocco di marmo incomincia con colpi lenti , costanti del suo assiduo scalpello a modellarvi la statua rispondente al soggetto richiesto e nelle dimensione e ragioni prospettiche dell’ambiente? Poi Strampelli tornò a ribadire un concetto che gli era caro: Attraverso l'evoluzione della specie non si genera alcun tipo nuovo, ed anche quando questo avviene, la causa generatrice non è l'evoluzione, ma l' ibridazione casuale con altre specie. Quindi - prosegue Strampelli - "…non nego che con la sola selezione pedigree si possa avere la fortuna di incappare in ottime varietà; ma ciò è specialmente possibile quando le ricerche si eseguono su materiale impuro, o meglio dove sono state possibili ibridazioni spontanee" A Francesco Todaro, il massimo esponente della scuola basata sulla selezione genealogica essere descritto come "semplice ricercatore che per fortuna incappa" a differenza dell' ibridatore che è "l'artista che crea", non piacque affatto, e rispose con un articolo "Ibridatori e selezionatori" su "L'Italia Agricola" difendendo la sua scuola basata sulla selezione genealogica In primo luogo Todaro mise in evidenza come Strampelli con quell'articolo aveva provocato una netta contrapposizione tra i due approcci scientifici: “il prof. Strampelli ha voluto separare con un taglio ben netto, il campo di attività dell'ibridatore (L'artista che crea) da quello del selezionatore ( il semplice ricercatore che per fortuna incappa).” Todaro aveva ragione, Strampelli con quell'articolo aveva stabilito un solco incolmabile, non tra due modi diversi di procedere, ma tra i due diversi modi di pensare. Il suo lavoro non era uno dei tanti possibili, uno dei tanti metodi che di tanto in tanto venivano indicati come possibili dai ricercatori, ma un approccio completamente diverso che si contrapponeva al primo. E il fatto era tutt'altro che indolore, perché non solo si trattava di ridefinire il quadro scientifico sulla materia, con la consacrazione dell'esistenza di due diverse scuole di pensiero, ma anche di proporsi nei confronti delle scelte governative in termini di finanziamenti e di impianti . Francesco Todaro questo lo aveva compreso perfettamente, e il suo primo tentativo fu quello di tentare di ricomporre il lavoro di Strampelli all' interno di un quadro più generale del quale egli da molto tempo era considerato il leader indiscusso. La realtà dei fatti, secondo Todaro, "…non sopporta alcuna imposizione di teorie e vedute per quanto autorevoli", e considerava questa una questione assolutamente fondamentale , quasi ad esorcizzare l'ipotesi di un percorso di pensiero alternativo al suo. “Non esito ad affermare che in confronto del semplice e povero selezionatore, colui che esegue ibridazioni altro non fa - di diverso e di più - che la impollinazione artificiale, con processi a tutti ben noti: delicati ma non estremamente difficili”. Selezionare vuol dire scegliere. E l'ibridatore - al pari del selezionatore - non fa che scegliere: scegliere dapprima fra le razze esistenti, quelle che egli ritiene di poter utilmente ravvicinare o fondere per la costruzione dell'ibrido stesso, e non si arresta che quando è convinto di aver trovato il tipo o i tipi rispondenti ai suoi fini. Secondo Todaro, nulla di diverso da quello che fa il selezionatore che "…prepara il materiale della prima scelta, e procura di utilizzare nel miglior modo quello da lungo tempo preparato e messo al mondo dal buon vecchio Dio.” Poi si chiedeva: “E' tanto vasta e grave la suaccennata lacuna […] da giustificare la sentenziosa contrapposizione del prof. Strampelli? Il quale mentre vede sapere e arte e magari poteri creativi nell'ibridatore - che pur manca di ogni mezzo di controllo e di ogni sicura previsione sulla discendenza dell'ibrido - crede di poter abbassare il selezionatore al modesto livello di scavi …archeologici”. Todaro ribadiva la superiorità della selezione genealogica la quale secondo lui, restava l'unico metodo "sussidiata o meno dall'incrocio artificiale", per poter garantire la soluzione ai problemi agrari italiani. Strampelli aveva grande stima di Francesco Todaro.Lo dimostra una lettera che egli inviò a Gino Morassutti, altro agronomo del tempo in cui afferma: “So che entrambi lavoriamo per l’interesse della granicoltura del nostro Paese e non per la nostra personale ambizione”. Todaro, nel 1925, in piena battaglia del grano, riapre la discussione, questa volta non tanto sulla metodologia scientifica di Nazareno Strampelli, quanto sulla "moda" dei suoi grani, e su chi, soprattutto la stampa specializzata , la seguiva. Edito dall' Istituto di cerealicoltura di Bologna che lui dirigeva, pubblicò un opuscolo "Grani in luce e grani in ombra" nel quale così esordiva: “ Scorrendo la stampa agraria - periodici e fogli volanti - di queste ultime settimane, si può giustamente valutare la formidabile pressione di cui è capace quel quid indefinibile che chiamasi la moda. La quale investe tutte le nostre cose - la nostra stessa persona - e non soltanto (come erroneamente credono le donnette del villaggio) i cappelli, le chiome e il vestiario delle signore eleganti. Essa avvolge e travolge: tutto e tutti”. Poi riferendosi in tutta evidenza a Nazareno Strampelli: “…ci sono in ogni tempo uomini e cose di moda, che hanno tutto il favore della cronaca; per la quale più non esiste ciò che è già di moda. E può scorgersi, a ben guardare, che anche il cronista nel diuturno suo divenire, obbedisce a quella pressione universale, se anche possa illudersi di essere - egli - il creatore della moda. Nei periodici agrari la moda oggi comanda - ed il cronista scrive - che il frumento Ardito debba stare in piena luce, bene in vista davanti agli agricoltori italiani; tutti gli altri - giù di moda - restare nella provvida penombra, che sa pietosamente nascondere la mediocrità e la miseria”. “Perché mettere in ombra tutti gli altri grani?”, si chiedeva polemicamente Todaro, e la risposta era sempre la stessa, "la moda". La spiegazione fornita da Todaro ci appare riduttiva perché il contrasto in realtà riguardava due opposte visioni dello sviluppo agricolo, una “qualitativa” e l’altra “quantitativa”, sviluppo sostenibile versus O.G.M., per dirla con linguaggio odierno, come mostrerà la Dott.ssa Surianello nella sua relazione. E il governo aveva di fatto compiuto la sua scelta nei confronti dei grani Strampelli al punto che Mussolini quando nominò il Comitato permanente del grano, un superorganismo che egli stesso presiedeva, con l'incarico di elaborare tutti i provvedimenti legislativi a sostegno della battaglia del grano, chiamò a farne parte Strampelli, e relegò Todaro a presiede la commissione provinciale di Bologna. Ma la riparazione a ciò che Todaro avvertì senz’altro come una ingiustizia patita arrivò nel 1934 con la sua nomina a Senatore del regno significativamente su proposta, tra gli altri, dell’allora ministro dell’agricoltura Acerbo, a mo’ quasi di tardivo risarcimento. A settanta anni, quindi Francesco Todaro abbandona il mondo dell’Università in cui aveva percorso tutti i gradini della carriera accademica per fare il suo ingresso nella più alta delle istituzioni rappresentative, il senato, di nomina regia e vitalizia. Anche questa nuova responsabilità venne affrontata dal Todaro con lo stesso zelo e fervore che avevano contraddistinto la sua attività precedente e con energia giovanile. Continuerà ad occuparsi delle questioni che avevano assorbito tutta la sua vita conferendogli un inconfondibile sigillo: la diffusione del sapere e lo sviluppo delle campagne. Gli interventi compiuti nell’aula di Palazzo Madama su questi temi si segnalano per competenza e limpidezza di eloquio. Il 14 Marzo prende la parola durante la discussione sul bilancio in merito al capitolo sulla disciplina della produzione e del commercio delle sementi. E’ un’occasione per parlare “anche a nome di tutti coloro che mi sono stati compagni vicini o lontani, in pieno consenso o in amichevole contrasto” e per rievocare il “faticoso lavoro che sbocca nella costituzione di nuove razze di piante agrarie” e per ribadire l’importanza della sua impostazione di metodo: “Queste razze  quando sono il frutto di una seria ed onesta indagine  - che implica d’ordinario un lavoro assiduo di qualche anno – se possono presentarsi all’agricoltore come perfezionate macchine per la ‘fabbricazione’ di derrate, non possiedono sgraziatamente la fissità funzionale delle macchine che escono dalle officine meccaniche, le quali rispondono sempre ed ovunque ad un particolare fine del costruttore. Le nostre ‘macchine’ debbono invece trovare il loro motore nell’ambiente stesso di vita: da ciò per assicurare la loro più alta resa , la necessità di una diligente ricerca dell’ambiente a ciascuna di esse più propizio”. Si avverte quasi l’eco della vecchia diatriba col “camerata Strampelli”. In un altro intervento del 6 Maggio 1940 si occuperà ancora della sperimentazione agraria , degli ispettorati dell’agricoltura e dell’ammasso dei prodotti agricoli; il 4 Aprile 1938 sarà relatore di un progetto di legge che attribuisce poteri di controllo all’Istituto nazionale di genetica per la cerealicoltura e nel 2 Giugno del 1939 interverrà nella discussione sul disegno di legge che prevedeva la “continuazione delle attività per battaglia del grano”. Di interesse ancora più rilevante, perché  testimonia del perdurante legame tra la sua attività parlamentare e la scuola militante, appare il suo discorso nella seduta del 20 Marzo 1937 in cui si rivolge “all’acuta mente riformatrice di S. E. il Ministro Bottai”  al quale,afferma,”desidero offrire un piccolo contributo , frutto di lunghi anni d’osservazione in quel tormentato settore scolastico” ( quello agrario. N.d.R.) “per il forte suo inquadramento fascista dell’educazione nazionale”. L’esordio è alquanto risentito perché un collega senatore “ha trovato nella immissione degli Istituti agrari nelle Università un motivo di menomata altezza della scienza. Mi si consenta di  dichiarare esagerato, a dir poco, il  prendere come esponente infimo i predetti istituti per dimostrare la inopportunità di questa immissione”. Il Todaro, dopo un rapido excursus storico, entra da par suo nei problemi dell’organizzazione didattica della facoltà proponendo l’introduzione di un nuovo indirizzo gestionale e poi affronta il problema quanto mai attuale del rapporto tra formazione universitaria e mondo del lavoro auspicando (nel 1937!) l’introduzione di quelli che oggi chiameremmo stages per i laureandi presso aziende ben avviate. Ancora una volta conviene diffondersi nella citazione anche per apprezzare meglio la stringente logica dell’argomentazione:

 

“L’università di Napoli e quella di Bologna hanno per prime conferito all’agricoltura gli onori dell’Ateneo, quando - al principio e ancora più decisamente verso la metà del secolo scorso – la chimica e la biologia cominciavano a gettare la propria luce anche sulla coltivazione del suolo, per cui poteva sorgere l’agronomia, scienza d’applicazione oggi dotata d’un ricco patrimonio suo proprio. Non poco più tardi vennero la Scuola superiore d’agraria dell’Ateneo pisano e poi le Scuole superiori di agricoltura – alle dipendenze dell’omonimo dicastero – di Milano e di Portici: Più tardi ancora quelle di Perugia, di Bologna e di Firenze, e ultimamente- lo scorso anno – quella di Torino. (…) Hanno avuto tutte fin dall’origine, un comune programma didattico che, per la molteplicità degli obiettivi, viene inevitabilmente appesantito da un esorbitante numero di corsi quanto mai svariati, pur sempre contenuti in un quadriennio accademico. (…) con maggiore insistenza si è fin qui puntato sulla proposta di dividere il corso in due sezioni: una agronomica o biologica; l’altra di ingegneria rurale, in cui dovrebbero assumere preponderante importanza, e naturalmente sviluppo molto più largo dell’attuale, le discipline che più avvicinano agli studi propri dell’ingegnere. Ma non sarebbe forse fuori di luogo il pensare ad una terza sezione – chiamata a preparare al comando delle più vaste aziende rurali – nella quale, pur dovendo di gran lunga prevalere discipline più strettamente legate all’agronomia ed alla tecnica agraria, non fossero del tutto escluse le nozioni fondamentali delle materie comprese nella sezione d’ingegneria. Oltre che alla direzione di grandi aziende - fine primo e fondamentale - le Facoltà agrarie debbono preparare all’insegnamento dell’agraria nelle nostre scuole agricole inferiori e medie”. (…) Il compito più difficile delle facoltà agrarie è certamente da vedersi nella preparazione degli studenti al comando delle nostre più vaste e complesse aziende rurali. E non mancano- particolarmente negli ambienti non agricoli del Paese – severe deplorazioni per la deficiente pratica dei neolaureati in agraria, quasi che fosse concepibile una piena maturazione nella scuola in relazione alle funzioni di un comando tanto arduo,complicato e malagevole. Oso non credere alla possibilità, pur da molti asserita di colmare questa grave e reale lacuna col dotare la  facoltà di agraria di una fattoria modello. (…) sembra preferibile un istradamento degli allievi alla pratica con frequenti accurate visite ad aziende in piena funzione produttiva (…) ben organizzate e condotte: aziende dei differenti tipi meglio rispondenti alle condizioni d’ambiente vegetativo ed economico – sociale delle principali nostre zone agrarie. La facoltà dovrebbe comunque poter disporre di un terreno sufficientemente ampio per la installazione di tutte le prove sperimentali – dimostrative e di indagine - che le varie sue cattedre tecniche possano reputare necessarie anche ad illustrazione dei più vitali argomenti trattati nel rispettivo corso. (…) Conviene oggi pensare alla fondazione di una Facoltà agraria in tutte le Università del Regno che ancora ne mancano , o no sarebbero sufficienti ristretti gruppi di cattedre d’applicazione – agronomia, per esempio, patologia vegetale, economia e politica agraria – da aggregarsi ad altra vecchia facoltà? Quella di scienze naturali parrebbe la più indicata: Cattedre aperte per corsi obbligatori agli studenti della facoltà stessa e per corsi liberi agli studenti di tutte le facoltà. Molto efficacemente queste cattedre potrebbero contribuire a preparare, all’esercizio di una più razionale coltivazione del suolo, i figli di grandi e medi proprietari che, pur laureandosi in altre facoltà – il più spesso in quelle di Giurisprudenza o di Medicina – avranno di frequente prima o poi, sulle braccia la gestione di un patrimonio terriero più o meno cospicuo. Consentirebbero altresì, le Cattedre stesse, di abilitare i naturalisti anche all’insegnamento dell’agronomia nelle scuole medie inferiori e ad acquisirli alla sperimentazione agraria”.

 

Il 26 marzo del 1938 intervenendo nella discussione sul bilancio del ministero dell’educazione nazionale, il senatore Todaro si occupa della scuola media e della scuola elementare sollecitando “un particolare interessamento di S. E. il Ministro per le scuole rurali: modesto gruppo di scuole di campagna veramente ammirabile per le alte sue benemerenze anche politiche e sociali” e, riferendosi agli scolari che le frequentano: “una volta usciti dalla scuola rurale, essi non troveranno – nella grande loro maggioranza – altra istruzione; dovrebbero pertanto ivi trovare continuo e ricco alimento allo sviluppo di quello spirito rurale che avvince fortemente alla campagna”.  Di qui la proposta di inserire nell’insegnamento nozioni fondamentali ed elementarissime sulla struttura e la vita di piante coltivate e animali domestici. Affrontando, poi, il rapporto tra liceo ed istruzione tecnico – professionale un nodo su cui ancora Berlinguer e la Moratti si son dovuti misurare, il Todaro anticiperà, nientedimeno, la tesi della liberalizzazione degli accessi universitari.

 

Colpisce nella scuola media, e preoccupa, la forte pressione della scolaresca sull’istituto classico ed il corrispondente spopolamento della scuola professionale e tecnica, la quale meglio si adegua alla grande maggioranza dei giovani che imprendono gli studi. A giudizio di competenti, questo spopolamento sarebbe per molta parte da attribuire al fatto che alla scuola professionale e tecnica si è chiusa la via degli studi superiori. Essendo troppo presto decidere all’uscita della scuola elementare, troppe famiglie sono indotte a preferire l’istituto classico, la scuola giustamente presentata dal Ministro come ‘unica’, che apre le porte a tutto lo scibile.Ed ecco l’affollarsi del Ginnasio e del Liceo - eppoi l’inquinamento dell’università – sotto questa onda di gioventù male orientata anche da quella umana tendenza dei genitori a sopravvalutare possibilità intellettuali dei propri figli. Nel settore professionale e tecnico la popolazione scolastica resta pertanto molto al di sotto dei presumibili bisogni nazionali e imperiali del Paese in relazione alle più modeste attività dell’agricoltura, dell’industria e del commercio. (…) Premesso che negli studi tecnici non mancano una base umanistica ed un sufficiente sviluppo  di cultura letteraria, si domanda: 1o che gli abilitati dell’istituto commerciale vengano ammessi ai corsi per la laurea nelle lingue e letterature moderne; 2o che i geometri vengano ammessi  - come lo erano per l’addietro – alle facoltà di agraria e di medicina veterinaria, ed anche alla facoltà di scienze naturali e alla scuola di chimica industriale. 3o che gli uni e gli altri abbiano anche accesso alle accademie militari”

 

La voce del senatore Todaro risuonerà nell’aula di Palazzo Madama ancora numerose volte, fino al giugno del 1942, contribuendo sempre, con interventi di grande respiro, ad illuminare le questioni trattate, e suscitando sempre l’approvazione generale. Ma si trattava degli ultimi scampoli di un impegno che ormai volgeva al tramonto, come declinava nella tragedia il mondo con cui si era totalmente identificato. La bufera che il fascismo aveva contribuito a scatenare si abbatte ora sul nostro Paese: dopo El Alamein e lo sbarco degli anglo – americani in Sicilia, la situazione precipita:le città italiane sono sottoposte a micidiali bombardamenti e il malcontento si diffonde nel paese con scioperi e con la ripresa dell’ attività antifascista. Il 25 luglio del 1943 Mussolini viene sfiduciato dal Gran Consiglio ed il re conferisce a Badoglio l’incarico di formare il governo. Sono giorni convulsi che culmineranno nel caos dell’ 8 Settembre e della fuga del re da Roma, eventi che per qualche storico hanno simboleggiato addirittura la morte della patria (Aga Rossi, Galli Della Loggia). A questo punto la voce del senatore Todaro diventa più fioca, quasi ammutolisce, e,  incapace di orientarsi nel rovinoso crollo a cui assiste impotente, si rifugia negli affetti privati. Le lettere che in questo  periodo invia ai parenti di Cortale ce lo rivelano in una luce inedita: un affettuoso pater familias, quasi un nume tutelare che  premurosamente si tiene informato dello stato di salute di tutti, prodigo di consigli verso i più giovani. Sugli avvenimenti pubblici lascia calare una coltre di silenzio raramente interrotto qua e là da fugaci cenni all’attualità come la penuria di beni alimentari e la durezza del mercato nero o dalla preoccupazione per i danni subiti dall’abitazione bolognese. Il 28 Aprile del ’45, tre giorni dopo l’insurrezione nazionale del nord, scrive al nipote: “Dopo la liberazione di Bologna viviamo ore di continua commossa gioia nella travolgente avanzata degli alleati in Valpadana e nella poderosa affermazione dei nostri fratelli combattenti del nord”. Parole queste, che indicano il suo distacco dal fascismo ed una scelta di campo di tipo lealistico – monarchico a favore di una continuità dinastica dello Stato e che a noi, oggi, appaiono quasi catartiche. A questo punto sarà chiamato a render conto del suo passato,essendo stato deferito il 27 agosto del ’45 all’Alta Corte di Giustizia contro il fascismo. Il 28 dicembre dello stesso anno comunica al nipote:  “Non è ancora arrivato il mio turno nell’Alta Corte di Giustizia chiamata a decidere della decadenza dell’ultimo centinaio circa di senatori che restano in carica”. Il 30 gennaio del ’46 verrà emessa l’ordinanza di rigetto della richiesta e alle ore 11 dello stesso giorno scrive a Cortale: “Ho avuto in questo momento la comunicazione telefonica che l’Alta corte di Giustizia non ha accolto la denuncia dell’Alto Commissariato per la mia decadenza dalla carica di Senatore”. Implicitamente veniva riconosciuto che il suo coinvolgimento con il regime fascista era stato solo relativo, dovuto alla sua particolare posizione di “esperto”, di tecnico dello sviluppo in un settore economico strategico e risultava esente da compromissioni più gravi;  Il 4 giugno del ’46, alla vigilia delle elezioni per la costituente e del referendum istituzionale si dichiara “ stordito ancora del frastuono elettorale di queste lunghe giornate  e nell’ansia dell’attesa dei risultati” e il 26 dello stesso mese: “Sono in attesa delle decisioni della costituente relative ai pochi senatori ancora in carica, mentre il Senato – per deliberazione del Ministero De Gasperi è da ieri chiuso. Scrivendomi, indirizza al Professore e non più al senatore”. Così, quasi con pudore e senza recriminazioni, com’era nella sua indole, uscirà dalla vita pubblica. Il 10 Gennaio 1950, Francesco Todaro terminerà la sua lunga esistenza interamente dedicata al progresso materiale e intellettuale del suo Paese. A quanti oggi, dopo cinquanta anni lo ricordano con rispetto e ammirazione, spetta un compito impegnativo. Le nuove generazioni di scienziati devono proseguirne l’opera, nelle migliorate condizioni sociali della nostra “società aperta”, affrancatasi dai ceppi del totalitarismo e dalla dipendenza dai bisogni primari. Ma il nuovo millennio deve affrontare su scala planetaria la stessa sfida con cui Todaro si cimentò agli inizi del secolo scorso: sfamare miliardi di individui, strapparli all’indigenza e conferire loro dignità di esseri umani per evitare l’incubo di nuove rovinose guerre di civiltà, stavolta del Sud povero contro il Nord opulento del mondo. E’ questa la nuova frontiera, di cui il grande cortalese è stato pioniere, della scienza e delle biotecnologie oggi che, non a caso, sembrano ad un bivio e tornano a dividersi sullo stesso dilemma con cui il Nostro duellò con Strampelli: sviluppo ecocompatibile o ingegneria genetica.

 

 

 

     (Carlo Alberto Notaris)

 
 
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